21 febbraio 2013

La fiera delle abdicazioni - parte I

(catholicherald.co.uk)
di Filippo Barbagli

Negli ultimi dieci giorni l'argomento sulla bocca di tutti è stato quello delle dimissioni di papa Benedetto XVI. Tutto quello che si poteva dire è stato detto e ripetuto fino alla nausea. Ed aggiungendo il fatto che chi scrive è ateo, non ci dilungheremo né sui risvolti politici della vicenda -su cui consiglio di approfondire nell'Internazionale della scorsa settimana, che raccoglie le migliori analisi della stampa estera, al contrario della maggior parte dei nostri quotidiani che come sempre su questo versante sono stati acritici- né tantomeno quelli spirituali. Voglio solo offrirvi uno spunto di riflessione, sul simbolismo politico della vicenda.

Non siamo presuntuosi registi cinematografici che s'improvvisano vaticanisti/profeti de noattri per aver approssimato una situazione simile.


Nell'editoriale di La Repubblica, il 12 febbraio 2013, il direttore Ezio Mauro parlava di un “'ingresso della modernità”, quasi una forzatura tellurica, nell'istituzione sociale più ossificata e conservatrice del mondo: la Curia Romana.
Per giorni, i telegiornali hanno intervistato dei fedeli nella fascista Via della Conciliazione, i quali si dicevano, nella maggior parte, “dispiaciuti”, “disorientati” dalla notizia dell'abdicazione del monarca di Città del Vaticano. Non so quanti cattolici ancora credano al dogma dell'infallibilità papale, personalmente non avendola mai concepita, neanche quando ero un giovane praticante, non vorrei sparare cifre. Però sono sicuro che in tantissimi ancora vedano, nei vecchietti seduti sul più altro scranno della cristianità, se non la reincarnazione, almeno il rappresentante del loro profeta/figlio di Dio. E per secoli i fedeli hanno visto nell'investitura papale un'aurea di sacralità, il collegamento tra il cielo e la terra (il dover essere e l'essere? Kant, mi perdoni!), un compito da implementare con la propria vita. Quindi fino alla morte. L'esempio ultimo, magistrale e mediaticamente super moderno, di questa visione è stato il predecessore del papa uscente, quel Wojtyła che fu tra l'altro un papa più conservatore e tradizionalista dell'attuale pastore tedesco (copyright, il Manifesto).

Tralasciamo i presupposti normativi, non m'interessa entrare negli ammiccanti meandri del diritto canonico. Queste dimissioni cosa possono rappresentare del mondo di oggi, oltre all'ammissione di un povero anziano, di non avere più le forze per un compito verso il quale, forse, non è mai stato portato? Come sono state metabolizzate? E' il simbolo, la dimostrazione, di una Chiesa disposta a modernizzarsi? Che cos'è allora la modernizzazione, se non la banale accettazione alla rinuncia delle proprie radici e tradizioni, pur di rimanere al passo..? O si tratta di una mossa politica, intesa come un gesto di umanizzazione di una figura sì sacra, ma alla fine rappresentante di un dio nato tra la merda di un asino e le scorregge di un bue?
Forse, semplicemente, viviamo ormai in un mondo dove non c'è spazio per il sacro, il non dimostrabile, ciò che non offre un'utilità immediata. Soprattutto in periodi come questo dove le regole democratiche vengono modellate per favorire tecnicismi atti a tappare buchi.

Perché sarà anche vero che per traghettare Santa Romana Chiesa nella tempesta dei tempi moderni ci vuole forza, spirituale e fisica, e che la veneranda età del papa magari non gli permettere di agire in maniera ottimale. Ma siamo sinceri, dietro il vescovo di Roma si cela un apparato, una macchina formidabile di organizzazione, indipendente ed autonoma dal suo vertice. Lo dimostrano gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, un vecchio ridotto ad uno stato semi-larvale a guida dei cattolici. Eppure -non bisogna essere dei vaticanisti per dirlo- nessuno in quegli anni parlò di una guida debole della Chiesa. Sarà tutto allora un discorso di caratura morale?
Probabilmente, il pensiero moderno ed occidentale, esasperando i suoi presupposti umanistici, utilitaristici e soprattutto positivisti, ha ormai rinunciato a contemplare il non utile, il non spiegabile, l'imprevedibile, gli errori. Tutto ridotto a grigi meccanismi matematici?
Siamo oggi abituati ad avere tutto, non ci meravigliamo, non ci stupiamo più di niente.
Così è giusto che un vecchio rinunci alla sua carica di leader spirituale, solo perché è meno efficiente.
L'efficienza ha preso il posto del simbolico, così come la politica si è trasformata in mera corsa mediatica, apparenza, “comunicazione creativa”, non più un'allocazione di valori di eastoniana memoria.

Comunque Benedetto XVI non è stato l'unico personaggio illustre ad abdicare recentemente. A fine gennaio infatti ha rinunciato al trono anche la regina Beatrix dei Paesi Bassi, ma di questo parleremo nel prossimo post, per concludere il discorso cominciato oggi.
Intanto, rimane ancora lì, sacra, intoccabile ed immortale come un highlander lei. Oramai totalmente sovrapponibile alla nonna Poupette de Il tempo delle mele, sia per vitalità che per guardaroba. Elisabetta II del Regno Unito si colloca agli antipodi rispetto al pontefice romano.
E Briciole Politiche vi dirà presto il perché.